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PERICARDITE ACUTA: CASI PARTICOLARI
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Antonio Brucato°,
Giovanni Brambilla^,
Massimo Imazio*
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Medicina Interna, Ospedali
Riuniti, Bergamo°
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Medicina d'Urgenza, Ospedale Niguarda, Milano^
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Dipartimento di Cardiologia, Ospedale Maria Vittoria,
Torino*
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Pericardite post-infarto
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Pericardite post-pericardiotomica
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La PERICARDITE POST INFARTO
può verificasi entro pochi giorni dall’infarto miocardico (detta in
questo caso “epistenocardica”), o alcune settimane dopo. Quest’ultima
evenienza, detta sindrome di Dressler, si ritiene sia sostenuta da
una reazione immunopatologica a carico del pericardio causata dalla
necrosi miocardica.
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Una genesi simile sembra avere la
PERICARDITE POST PERICARDIOTOMICA, che si verifica alcune
settimane dopo forme di interventi cardiochirurgici con apertura del
pericardio.
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La moderna cardiologia
interventistica ha ampliato lo spettro di forme “post
pericardiotomiche”. Infatti sono stati segnalati vari casi di
pericardite acuta insorta dopo vari tipi di cateterismi cardiaci,
quali procedure di ablazione per aritmie recidivanti,
valvuloplastica mitralica percutanea, angiopalastica, oppure dopo
impianto di pacemaker con elettrodi atriali a vite, o semplicemente
dopo pacing transitorio o permanente.
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Queste forme che compaiono settimane
dopo la lesione pericardica sono forme acute e fortemente
infiammatorie, che non vanno confuse con versamenti cronici magari
presenti sin dal momento dell’intervento. E’ probabile che siano
facilitate da sanguinamenti anche modesti che si verificano nella
cavità pericardico a seguito della manovra invasiva eseguita.
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TERAPIA DELLA PERICARDITE
POST-PERICARDIOTOMICA E DELLA SINDROME DI DRESSLER (POST-INFARTO)
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E’ sostanzialmente simile a quanto
scritto per la pericardite acuta recidivante. Varianti possibili
sono le eseguenti.
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Nella pericardite post-infarto
miocardio preferiamo la aspirina ad alte dosi ai FANS, per il suo
effetto antiaggregante.
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Nelle forme post-pericardiotomiche in
cui il paziente assume anticoagulanti orali si pongono i problemi
già affrontati nell’apposito paragrafo: a Niguarda e a Bergamo
abbiamo utilizzato per lo più ibuprofene a basse dosi o nimesulide,
a Torino più spesso prednisone a dosi medio-basse (10-25 mg/die).
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Pericardite
neoplastica
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Si diagnostica generalmente con la
dimostrazione della presenza di cellule tumorali nel liquido
pericardico e/o con la dimostrazione alla TAC del torace di masse
neoplastiche che si estendono verso il pericardio. In molti casi si
verifica nel contesto di una neoplasi già nota (tumori del polmone,
della mammella, linfomi, etc.), ma può costituire anche la
manifestazione d’ esordio della neoplasia.
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Pericardite acuta in corso di malattia
autoimmune
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E’ noto che pericarditi si possono
manifestare in pazienti che sono già notoriamente affetti da
varie malattie autoimmuni (lupus eritematoso sistemico, artrite
reumatoide, sclerodermia, malattie infiammatorie croniche
intestinali, quali malattia di Crohn e colite ulcerosa) (1). La
pericardite può essere acuta e ben manifesta, generalmente in fase
di riattivazione della malattia, ma può anche essere subclinica.
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Diverso è la possibilità che una
pericardite apparentemente “idiopatica”, cioè senza causa apparente,
possa essere spia di una malattia autoimmune non ancora nota in quel
paziente, e che tende a manifestarsi per la prima volta con tale
quadro clinico.
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Abbiamo osservato alcuni casi di
pericardite acuta apparentemente “idiopatica”, cioè senza causa
riconosciuta, in cui però una valutazione accurata ha dimostrato la
presenza di secchezza oculare e orale, accompagnata dalla presenza
degli anticorpi anti ENA detti anti Ro/SSA (sottogruppo dei più
conosciuti anticorpi anti nucleo), con una biopsia delle ghiandole
salivari minori che ha confermato la presenza di una Sindrome di
Sjogren. Tale evenienza si è verificata in circa il 4% dei casi di
pericardite inizialmente etichettati come “idiopatici” .
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La sindrome di Sjogren è una malattia
generalmente benigna, che spesso dà poche segni di sé,
caratterizzata essenzialmente da secchezza orale e oculare,
artralgie, febbricola, eruzioni cutanee, e che sarebbe passata del
tutto inosservata senza la esecuzione dei suddetti tests (ANA ed
ENA).
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Pericardite
in corso di insufficienza renale
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Descritta in due forme (uremica e
associata a dialisi), ha un’incidenza fino al 20% nei pazienti con
insufficienza renale. La forma uremica, cioè da insufficienza renale
avanzata, risulta dall’infiammazione dei foglietti pericardici e ben
correla con i valori di azotemia; nella forma associata a dialisi i
foglietti pericardici, ispessiti, sono fortemente adesi tra loro. I
pazienti possono avere pochi sintomi e l’ECG solitamente non mostra
le alterazioni tipiche, poiché è rara la concomitante infiammazione
del miocardio. I pazienti uremici rispondono bene all’emodialisi o
alla dialisi peritoneale.
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Pazienti con insufficienza renale
possono soffrire di pericardite acuta “normale”, per es.
post-pericardiotomica , virale, idiopatica. In tali casi i FANS sono
spesso controindicati, soprattutto a dosaggi elevati. La colchicina
può essere usata, tenendo bassi i dosaggi (es 0.5, massimo 1 mg al
giorno) ed evitando l’uso concomitante di antibiotici della classe
dei macrolidi (claritromicina, azitromicina), che in questo caso
specifico ne possono aumentare notevolmente la tossicità.
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Pericardite
acuta: terapia dei casi refrattari
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Non esistono probabilmente casi di
vera pericardite acuta refrattari agli steroidi, ma esistono
sicuramente casi in cui gli attacchi si riaccendono per dosaggi di
cortisone medio-alti (es 15-20 mg/die di prednisone) e che non
possono essere condotti per periodi troppo prolungati, pena
inaccettabili effetti collaterali (ipertensione, diabete,
osteoporosi, infezioni, turbe del comportamento, etc). In tali casi
gli schemi e la esperienza di immunologi e reumatologi può di nuovo
tornare molto utile. E’ infatti spesso opportuno aggiungere un altro
farmaco con lo scopo di potere poi ridurre lo steroide senza
incorrere in recidive troppo frequenti (farmaci “immunosoppressori”
o “risparmiatori di steroidi”). L’analisi della scarsa letteratura
disponibile (2) segnala 5 pazienti trattati con azatioprina , solo 1
paziente trattato con ciclofosfamide , 5 pazienti trattati con
methotrexate, un paziente trattato con ciclosporina e 4 pazienti
trattati con immunoglobuline ad alte dosi. Immunologi e reumatologi
comunemente usano questi farmaci, e noi concordiamo che la
azatioprina sia il farmaco preferito se tollerato, come suggerito
anche dalle linee guida Europee (3) (alla dose comunemente impiegata
di 2-3 mg/kg/die), ma consideriamo che tali farmaci vanno in realtà
impiegati raramente, riconoscendo che non ci sono molte evidenze in
merito, privilegiando l’impiego dei farmaci meno tossici (es
azatioprina e methotrexate) e nel cui impiego il medico ha
sufficiente esperienza, e previa aperta discussione col paziente sui
pro e contro sia dei singoli farmaci sia di dosaggi troppo elevati
di steroidi.
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In alcuni casi in cui la colchicina
non è stata tollerata, la abbiamo sostituita con farmaci
antimalarici (idrossiclochina), di frequente impiego nelle
connettiviti e ben tollerato (4).
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Pericardite
acuta in età pediatrica
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Cause, prognosi e terapia della
pericardite acuta in età pediatrica sono molto simili a quanto detto
per la pericardite acuta in generale. In particolare, per quanto
riguarda la terapia, si può osservare che i FANS (farmaci anti
infiammatori non steroidei) indicati possono essere sicuramente
usati nei bambini (aspirina, indometacina, ibuprofene) (4). Anche la
colchicina è sicuramente utilizzabile in età pediatrica (4), come
dimostra la esperienza dei bambini affetti da febbre famigliare
mediterranea, che la assumono sin da piccoli e per tutta la vita
(5). Anche il cortisone è utilizzabile, con una attenzione
particolare agli effetti collaterali; infatti in età pediatrica può
interferire con la crescita del ragazzo; inoltre particolarmente
sgradite ai ragazzi sono le strie rubre cutanee che possono
comparire sulla cute dell’addome in corso di terapie con alte dosi
di cortisone; si tratta come di grosse smagliature cutanee che
compaiono sulla pancia.
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Nei rari casi in cui fossero indicati
altri farmaci per ridurre la dose di cortisone, il methotrexate è
considerato uno dei farmaci più sicuri in età pediatrica.
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Pericardite
acuta in gravidanza: terapia
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E’ un argomento delicato su cui non
ci sono dati specifici; comunque mutuando anche in questo caso la
esperienza dalla gestione delle gravidanze in donne con malattie
autoimmuni (6), noi ci comportiamo nel modo seguente.
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Il cortisone a dosi medie-basse è un
farmaco sicuro in gravidanza. Anche i FANS tradizionali (es.
indometacina e ibuprofene) e la aspirina a alte dosi sono sicuri
durante il primo e il secondo trimestre della gravidanza,
mentre dopo la 26 settimana circa di gestazione sono da evitare per
il rischio di chiusura precoce del dotto di Botallo.
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La colchicina è oggi considerata un
farmaco utilizzabile in gravidanza, sulla base della esperienza
maturata dalle donne con Febbre Mediterranea Famigliare, che la
assumono per tutta la vita e anche durante la gravidanza (5);
tuttavia in pratica noi per ora non abbiamo avuto la necessità di
usarla in gravidanza.
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Il protocollo che utilizziamo si basa
su dosi medio-basse di prednisone (7.5-15 mg/die) più aspirina 800
mg 2 o 3 volte al dì inizialmente.
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Durante la gravidanza generalmente
NON riduciamo la dose di cortisone, a meno che la malattia sia
quiescente da mesi, mentre a partire dalla 18 settimana di
gravidanza riduciamo la aspirina e la sospendiamo entro 2-3
settimane. A tali alte dosi va in ogni caso sicuramente sospesa
entro la 32 settimana al massimo. In caso di ripresa della malattia
nella ultima fase della gravidanza utilizziamo solo paracetamolo nei
casi lievi o aumentiamo lievemente la dose di cortisone nei casi più
impegnativi.
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Pericardite
acuta durante allattamento: terapia
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Durante l’allattamento il cortisone e
i FANS tradizionali (es. indometacina e ibuprofene) sono considerati
sicuri, mentre la aspirina ad alte dosi è da evitare, per alcuni
problemi specifici del neonato (anti-aggregazione e rare reazioni
pediatriche alla aspirina) (6).
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Pericardite acuta in pazienti in terapia anticoagulante orale:
terapia
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Non esistono dati codificati. A
Niguarda e a Bergamo abbiamo utilizzato per lo più ibuprofene a
basse dosi o nimesulide, a Torino più spesso prednisone a dosi
medio-basse (10-25 mg/die).
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In linea teorica i FANS detti COXIB,
anti COX 2, non interferiscono con l’effetto dei dicumarolici, ma
d’altra parte possono essere di per sé trombofilici, e per tale
motivo il loro uso è stato molto limitato dopo la rimozione dal
mercato del capostipite Rofecoxib (VIOXX).
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Pericardite
in corso di gotta: terapia
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Raramente la pericardite si associa a
gotta; in tali casi la terapia con colchicina è fortemente
raccomandata (4).
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Pericardite acuta: terapia omeopatica
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E’ interessante ricordare che testi
di medicina omeopatica consigliano la colchicina nelle terapia della
pericardite (Materia Medica of homeopathic medicines. Phatak SR, B.
Jain Publishers). Tale farmaco si assocerà spesso ad altri
preparati anti infiammatori.
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Recidive
e infezioni virali: terapia
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Alcuni pazienti tendono invece ad
avere delle recidive dopo infezioni virali delle prime vie aeree. In
tali casi raccomandiamo di incrementare la terapia con FANS già
durante l’episodio infettivo, anche se blando.
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Pericardite post-irradiazione
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La pericardite POST IRRADIAZIONE
segue a distanza anche di anni irradiazioni toraciche eseguite a
scopo di radioterapia.
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Pericardite e AIDS
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La pericardite in corso di infezione
da HIV si verifica nell’AIDS. In questa condizioni la causa è
generalmente ben evidente.
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BIBLIOGRAFIA
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