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CERTIFICATO DI ATTIVITA’ SPORTIVA NON AGONISTICA

Antonio Brucato° e Massimo Imazio*
Medicina Interna, Ospedali Riuniti, Bergamo°
Dipartimento di Cardiologia, Ospedale Maria Vittoria, Torino*
a.brucato@gilp.org    -    m.imazio@gilp.org
 
La prognosi delle pericarditi recidivanti idiopatiche e post-pericardiotomiche (come definite nell’apposita sezione) è sicuramente buona . In particolare le recidive, anche frequenti, non intaccano la funzione miocardica nè inducono la evoluzione in costrizione. Il paziente va quindi rassicurato, senza ingenerare angosce irrazionali sulla prognosi a distanza.
Inoltre non è razionale raccomandare al paziente, che spesso è un ragazzo o un adulto attivo, di sospendere ogni sua attività, obbligandolo a un riposo assoluto e impedendogli per es. di svolgere attività lavorativa o sportiva leggera. Non c’ è nessuna evidenza che proibizioni di questo tipo abbiano alcun effetto nel limitare le recidive, ma incrementano invece lo sconforto e la angoscia del paziente.
Nessuna delle terapie attuali può garantire di non avere più alcuna recidiva. Tale dato va detto con franchezza al paziente, segnalandogli peraltro che eventuali recidive in corso di terapia con FANS a alti dosaggi, colchicina e riduzione lentissima del dosaggio del cortisone non sono quasi mai violente, e in molti casi si risolvono in uno stato di malessere e febbricola della durata di pochi giorni e ben controllabile con l’aumento della terapia senza ricorrere alla ospedalizzazione.
Non c’è nessuna seria evidenza che la pericardite acuta “idiopatica”, cioè senza causa riconosciuta, o post-pericardiotomica sia di per sé un motivo di importante limitazione della attività fisica, lavorativa e anche sportiva, intendendo per sportiva una attività leggera non agonistica.
Le recidive spesso si verificano o perché si sta scalando il cortisone o perché si contrae una infezione virale, non certo perché il paziente per es. va a lavorare o va a giocare a calcio.
Noi quindi consigliamo di non eccedere con le attività fisiche, limitandosi a fare ciò che il soggetto si sente di fare, limitando molto la attività solo in presenza di febbre, sintomi e aumento di VES e PCR., ma non semplicemente per il fatto che si sta assumendo una terapia. E’ chiaro che se un individuo ha una recidiva in corso, con o senza febbre, si sentirà certo non bene, un po’ come se avesse la influenza, e come tale è bene che in tale fase limiti la attività fisica. Superata però tale fase acuta può riprendere una vita tendenzialmente normale, senza che ciò causi un aggravamento della malattia.
La limitazione della attività fisica non deve divenire quindi una ossessione, e quando il soggetto non ha febbre, VES e PCR sono normali e si sente bene può fare una attività fisica moderata, senza che ciò pregiudichi in nulla la efficacia delle terapia né tanto meno la sua prognosi.
Per tali motivo è nostra abitudine autorizzare i nostri pazienti a praticare attività sportiva non agonistica al di fuori delle fasi attive febbrili, in assenza di sintomi e con VES e PCR normali, per cui abitualmente compiliamo loro i consueti certificati che permettono loro di iscriversi a cosi di ginnastica, nuoto, etc, che prevedono attività sportiva non agonistica
 

 

 
Gruppo Italiano per la lotta alle Pericarditi